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Scritto da Administrator | il giorno 24 Gennaio 2009pdf print e-mail

Daniele Comboni e Nicola Mazza: la missione in Africa compie 150 anni


Ad un secolo e mezzo dalla spedizione dei missionari mazziani in Africa è stato pubblicato dalla Casa editrice mazziana di Verona un volumetto, introdotto e curato da Domenico Romani, che rende pubblici i Cenni storici della Missione africana ideata e realizzata da don Nicola Mazza, scritti dagli stessi protagonisti nel cuore dell’Africa negli anni della sua realizzazione. Questa pubblicazione arriva nel mezzo d’una serie di celebrazioni, convegni ed approfondimenti di quell’evento finalizzati a riproporcene il clima storico e lo spirito dei protagonisti. Mazziani e comboniani rievocano insieme quegli inizi: i mazziani riconoscendo nell’opera del Comboni il frutto maturo dell’iniziativa missionaria mazziana, i comboniani riconoscendo nel Mazza l’embrione della passione e del Piano missionario del loro Fondatore. Ed insieme si interrogano su cosa dice a noi lo Spirito oggi. Cosa muoveva i nostri missionari a partire da Verona per il centro dell’Africa distante quasi cinquemila chilometri, e con i mezzi e le condizioni di vita d’allora? E cosa motivava don Mazza a mandarli e ad affrontare le innumerevoli difficoltà? ‘Padre dei poveri e apostolo dell’Africa’ si legge del Mazza sulla sua tomba. La stessa passione che l’aveva mosso a farsi padre di ragazze e ragazzi poveri per farli diventare mediante l’educazione e la cultura uomini e donne utili alla chiesa e alla società l’aveva progressivamente reso attento ai popoli dell’Africa non ancora raggiunti dal Vangelo.

 

La passione per l’Africa il Mazza l’aveva avvertita come ispirazione dall’alto: come tale l’aveva accolta, pensata, sperimentata e preparata. Egli ne dà forma di ‘piano’, ma la ritiene ‘opera tutta di Dio’ in cui di suo non c’è nulla. Si tratta d’un piano pensato, con successioni di tempi e di iniziative, articolato e sperimentato: ai suoi preti che invia in Africa intende affiancare come collaboratori nella evangelizzazione giovani maschi e femmine africani che educa per dieci anni nei suoi Istituti a Verona. Ai suoi missionari inviati in Africa chiede tutte le informazioni utili a migliorare il suo piano. La spedizione del 1857 è preparata da quella esplorativa del 1853.

 

Il Mazza concepisce la missione come compimento delle opere educative precedenti: "Ringrazio Dio che mi pose in mente questo pensiero della Missione, perché fino ad ora non vedea chiaro quel che uscirebbe dai nostri Istituti, e pareami qualche cosa mancasse ancora ad accertarne e perfezionarne lo scopo; onde sentiami come un vuoto dentro da me senza sapermene rendere la ragione; ma ora che da quei due veggo scaturire e quasi ingenerarsi questo terzo delle Missioni, mi trovo pienamente contento, né parmi avere altra cosa a desiderare".

 

Don Mazza è convinto che quest’opera è tutta di Dio, quali che siano le difficoltà che incontra: "Se questa è opera di Dio, come speriamo, non v’ha dubbio che il diavolo ci vorrà metter le corna; ma se questi le ha dure, più forte sarà Dio contro lui." E quanto all’assenza dei mezzi? "Tentiamo, diss’Egli, tentiamo; se Dio vuol la cosa, a Lui non manca né potere né mezzo alcuno; se poi Dio non la vuole, né io sarò così stolto da oppormi a Lui; ma intanto il desiderarla e il tentarla non sarà senza merito; dunque proviamo".

 

La morte di Francesco Oliboni, raccontata dai suoi compagni Beltrame, Melotto e Comboni ha del commovente. Poco dopo l’arrivo a Santa Croce, a sei mesi dalla partenza da Verona, il 26 marzo 1858, "io muoio, disse, o fratelli, e ne sono contento, perché così piace a Dio; ma voi non perdetevi d’animo per questo, non vi muovete dal vostro proposito; continuate l’opera cominciata, e se anche un solo di voi rimanesse, non vengagli meno la fiducia, né si ritiri; state uniti al Superiore, tenetevi a Lui fedeli; il suo pensiero è grande, santa l’opera che intraprende, ammirabile la sua fede; Dio senza dubbio benedirà i suoi disegni, Dio vorrà la Missione africana e la conversione dei Negri; io muojo con questa certezza". Quella missione che sembrava naufragare, di fatto sarebbe stata benedetta da Dio in uno dei presenti a quel testamento.

 

Il tramonto del piano del Mazza si salda con gli albori di quello del Comboni. Conosciuto il piano del suo missionario, così scrive infatti il Mazza al Prefetto di Propaganda Fide: “Questo piano, teoreticamente parlando, mi piace assai, essendo conforme al mio in piccolo… il piano di D. Comboni abbraccia tutta l’Africa e di primo getto tutta nello stesso tempo. Tale progetto, io dico, a me piace teoricamente… per me io non ardisco di promuovere tale impresa; per altro io non la impedisco a te, non volendo oppormi a quello che la Provvidenza e la Bontà di Dio intendesse di fare; però fa pur tu quello a cui tu ti senti disposto ed animato… che se l’opera verrà da Dio incaminata, io col mio Istituto sarò sempre pronto a coadiuvare in tutto ciò che io, e il mio Istituto potesse”.

 

Il Mazza muore con l’Africa nel cuore. La sua ultima lettera, del 25 giugno 1865 e consegnata a Comboni perché la recapiti al card. Barnabò, chiede per il suo Istituto un ‘terreno’ che va dal Tropico all’Equatore e dal fiume Nilo all’Abissinia.

 

Di fatto la morte del Mazza e la situazione dell’Istituto renderanno impossibile la continuazione dell’impegno missionario da parte dell’Istituto e conseguentemente il Comboni verrà a trovarsi nella necessità di procedere in proprio come Fondatore per realizzare il suo Piano, nella linea dell’approvazione del Mazza, e di svilupparsi in maniera autonoma. Solo cent’anni dopo, nel 1978, nel clima del Concilio Vaticano II, le comunità mazziane delle Cooperatrici, delle Suore e dei Preti e laici di don Nicola Mazza, raggiunto il riconoscimento canonico, riprenderanno l’impegno missionario, orientandosi nell’immediato alla collaborazione con la chiesa in Brasile a Joao Pessoa, Recife e Sao Paulo.

 

Don Francesco Massagrande
 

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